Il Signor Diavolo

Categorie: Film, Recensione

Pubblicato il 28-08-2019 alle 11:57

Il Signor Diavolo (2019 | Italia | 86 minuti)
Gabriel Lo Giudice (Furio Momenté), Filippo Franchini (Carlo Mongiorgi), Alessandro Haber (Padre Amedeo), Lino Capolicchio (Don Zanini), Chiara Caselli (Clara Vestri Musy),  Andrea Roncato  (Dott. Rubei), Lorenzo Salvatori (Emilio).
Sceneggiatura: Antonio Avati, Tommaso Avati & Pupi Avati
Tratto dall’omonimo romanzo scritto da Pupi Avati
Regia: Pupi Avati
Genere: Horror | Mistero | Thriller | Gotico-Padano | Non calpestare l’ostia | Povero verro | Abbiate rispetto per il diavolo

Roma, 1952. Furio Momenté, giovane funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia, viene inviato in un piccolo paese sperduto della laguna di Venezia per far luce sulla morte di un minore, ucciso da un suo coetaneo perché riteneva che fosse il diavolo. Emilio, il ragazzo ucciso era mentalmente insano e deforme, si dice che fosse il frutto dell’accoppiamento tra sua madre e un verro, inoltre altre voci sostengono che qualche anno prima avesse ucciso a morsi la sorellina neonata mentre piangeva nella culla.

La ragione dell’invio da parte del Governo di un funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia, non sta sicuramente nel far luce sull’accaduto, per scovare la verità, ma per insabbiare il tutto qualora si dovesse accertare che l’omicidio sia avvenuto a causa della superstizione religiosa, nel quale sarebbero peraltro coinvolti anche un sacrestano e una suora. Del resto, il governo italiano del Secondo Dopoguerra, con una Democrazia Cristiana come principale partito, non può permettere che ciò accada, specie in una regione cattolica come il Veneto, e dove la madre della vittima, una delle più fervide sostenitrici del partito, dopo lo spiacevole accaduto diventa – giustamente – acerrima nemica della Chiesa e dello Stato.

Pupi Avati se la canta e se la suona, prima scrive il libro e dopo un anno dalla pubblicazione fa uscire nelle sale cinematografiche la pellicola omonima coadiuvato nella sceneggiatura dal figlio e dal fratello. Un ritorno al genere thriller/horror, un ritorno nei paesaggi lagunari del delta del Po, come per La casa dalle finestre che ridono torna a girare diverse scene in esterna nel paese di Comacchio; ne esce un film che può essere definito di genere gotico-padano; mentre nel libro la nebbia la faceva da padrona nel film se ne vede pochissima, ma il regista riesce a rendere freddissima anche la giornata più soleggiata, la fotografia risulta essere molto cupa e sbiadita e gli ambienti interni molto poveri e squallidi.

Avati confeziona un film alla sua maniera in tutto e per tutto, i suoi personaggi sono praticamente tutti negativi, il protagonista è un morto che cammina e non riesce neanche a concludere con una donna, sembra che debba perire nella prossima scena tra atroci sofferenze.

L’ormai ottantunenne regista dimostra anche che si può produrre un film molto inquietante senza l’utilizzo del jumpscare, per il quale i colleghi d’oltreoceano fanno largo uso e rappresenta sempre la via più facile e più stupida per spaventare lo spettatore; c’è l’intento di raccontare per prima cosa la situazione italiana all’inizio degli anni ’50, dove la superstizione religiosa e la paura del diverso era molto forte, soprattutto nel paesaggio rurale, poi intorno il regista bolognese costruisce il mistero horror/thriller lasciando allo spettatore l’interpretazione del finale e fornendogli diversi spunti di riflessione su cosa sia il male.

Dal mio punto di vista però la pellicola ha un ritmo che rallenta troppo soprattutto nella seconda parte, troppo per il genere che rappresenta considerando che non stiamo guardando un film drammatico, 86 minuti mi sono sembrati durare più di due ore; inoltre ci sono diversi passaggi di sceneggiatura poco chiari per i quali mi riserverò sicuramente una seconda visione in futuro.

Proprio per questo e considerando che è un film al 100% Pupi Avati, lo spettatore medio convinto di andare a vedere un horror moderno potrebbe rimanere deluso se non addirittura abbandonare la sala prima della fine, io ne consiglio la visione, per gli amanti del genere e se vi piace il regista e avete apprezzato come me le suo opere horror precedenti; in ogni caso è un prodotto italiano che va supportato, dato che ci lamentiamo sempre del cinema italiano.

Voto di Axel Foley: 3 Denti di Maiale su 5
Voto di Snake Plissken: 3 Comacchio mi faceva paura prima, figuriamoci adesso su 5
Voto di Drugo Letowski: 3pponti su 5

 

Informazioni su Axel Foley

Axel Foley

Membro fondatore di FinalCiak. Potete contattarlo direttamente scrivendo a axelfoley@finalciak.com