The End of the F***ing World

Categorie: Recensione, Serie TV

Pubblicato il 16-01-2018 alle 19:43

The End of the F***ing World (UK, 2017, 21 min)
Creatore: Jonathan Entwistle
Registi: Jonathan EntwistleLucy Tcherniak
Sceneggiatori: Charlie CovellJonathan EntwistleCharles S. Forsman (autore fumetto)
Cast: Jessica Barden (Alyssa), Alex Lawther (James), Steve Oram (Phil), Wunmi Mosaku (Detective Darego), Gemma Whelan (Detective Noon), Jonathan Aris (prof. Koch)
Genere: Commedia | Drammatico
Stagione: 1  (8)

Ispirato da un omonimo fumetto, espletato nei mitici sobborghi di una Inghilterra piena di campagne e case popolari, The End of the F***ing World vuol dire tutto e nulla, come lascia credere di essere un tipo di prodotto per trasformarsi in tutt’altro.

Caos. Si potrebbe caratterizzare con questo termine. Un incombente sentimento di distruzione del mondo, portato da un ragazzo che lascia trapelare confusione e totale sofferenza, accompagnata da un insisente desiderio di autodistruzione di una ragazza che non viene assolutamente considerata dalla propria famiglia.

Il riferimento è puramente casuale. Una definizione che rispecchia da subito un’idea iniziale della serie. Pare voglia calcare un mio amatissimo personaggio della Show Time, ma nel percorso sembra che ogni pezzo di quell’idea cada a terra per maturare in qualcosa di più evoluto.

Se i Tenenbaum potessero parlare. Principalmente nei primi episodi ci vengono mostrate situazioni registiche che han ricordato tantissimo Wes Anderson. Inquadratura simmetrica. Potenti primi piani. Anche qui il tutto si evolve, per poi ricadere in situazioni che nel complesso non sono mai dinamiche, ma ben statiche come se andasse tutto di pari passo con l’emozione del personaggio.

Il thriller che non ti aspetti. Come detto precedentemente siamo in evoluzione. Tutto cambia. Tutto si trasforma. E questa particolare formula chimica di partenza, muta in uno sceneggiato comico inglese, per mutare nuovamente in un thriller quasi spietato portandoti a tifare fortemente per il protagonista e sperando in una partenza reale del prodotto. In realtà viene poi a cambiare pure questo, divenendo ancora commedia.

Penso io che pensi tu. Partendo dalla giornata di James scopriamo cosa gli è successo. Quella stessa giornata viene mostrata dagli occhi di Alyssa. Entrambi cominceranno un botta e risposta che non è solo verbale, ma pure mentale. Risponderanno alle domande in due modi. Quello che vorrebbero dire e quello che in realtà dicono. La stessa narrazione a volte incombe dal punto di vista di James e successivamente di Alyssa. Questo continuo passare la palla da uno all’altra è geniale. Non solo fa conoscere al meglio il personaggio, ma è un importante modo per rendere il tutto più dannatamente divertente. Il pensiero del protagonista non è poi così distante dalla precedentemente citata serie “Dexter“.

Famiglia che vai famiglia che trovi. Se entrambi i ragazzi scappano per meri motivi famigliari (sebbene James abbia altro per la testa), una volta allo sbando decidono di avvicinarsi al padre che Alyssa non ha più visto. Questa corsa al padre porterà il viaggio dei ragazzi ad essere un viaggio d’amore. Qui ci si accosta al già citato Wes Anderson con Moonrise Kingdom ove i ragazzi sono in fuga d’amore e si rifugiano in una spiaggia. Ciò che troveranno porterà i due davanti a delle scelte.

Il Drammone. In tutto vige una sorta di nota triste che è udibile per tutta la serie. A volte più preponderante e altre volte meno, ma non viene mai eliminata. Una nota che raggiunge il livello più alto sul finale con una scelta registica intelligente, che lascia spazio all’immaginazione prima e all’eventuale produzione poi.

In sostanza tutto questo può ben considerarsi, per la durata degli 8 episodi, un film abbastanza lungo. Oppure una sola prima stagione, e nulla di più. E’ un prodotto che ha portato tanta gente a criticarlo per il tipo di lentezza di sviluppo, ma molti ad osannarlo.

In realtà non è altro che un prodotto godibile, non dal principio. Molte volte ho storto il naso, ma dal quarto episodio in poi riesce ad entrare nei ranghi. E’ inglese e come tutti i film inglesi comici, pensiamo a Funeral Party, o L’alba dei morti dementi, sono lenti e fortemente sperimentali. Amano giocare con la regia e questo si vede tantissimo anche da questo prodotto. A mio parere questa serie potrebbe finire tranquillamente così, e così doveva essere, visto i bassi ascolti fatti dalla All4, ma la trasmissione su Netflix e l’alto numero di visualizzazioni hanno messo le cose in stallo e quindi la decisione la vedremo prossimamente.

P.S. Ci fu un corto nel 2014 di Jonathan Entwistle con Craig Roberts e Jessica Barden.

Voto Bat-fiz: 3 psicopatici su 5

 

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